Educatori

Sono la responsabile di un Centro Diurno che accoglie persone con cerebrolesione acquisita in seguito a incidenti stradali o accidenti cerebrovascolari. L’evento scatenante, avvenuto improvvisamente ha portato loro ad una fase di coma e ad un risveglio, tanto atteso dai loro familiari, in un corpo che non è più quello di prima.

Alterazioni del movimento (mancata o compromessa deambulazione, turbe dell’equilibrio e della coordinazione generale, assenza di sensibilità o movimento a carico di uno o più arti, …), alterazioni cognitivo linguistiche ( perdita o disturbo della memoria a breve e a lungo termine, disturbi del linguaggio, disturbi del pensiero, …), alterazioni delle autonomie ( igiene, controllo sfinterico, alimentazione, …) e, soprattutto perdita progressiva delle relazioni affettive e sociali (amici, fidanzati, coniugi, lavoro, hobbies, ecc.) danno il benvenuto a questa “nuova e diversa e difficile” vita!

L’età media dei miei utenti è 30 anni circa e, divenire “paraplegici” o “cerebrolesi” o “disabili”è stato, all’inizio, come “… morire dentro. Con il tempo la vita è tornata ma solo in parte e con uno strano retrogusto..” (da alcuni commenti dei nostri utenti durante il lavoro “autobiografico”). Chi supera un trauma ha spesso l’impressione di avere ottenuto una sospensione dalla condanna. Una sensazione che suscita disperazione rispetto alla vita perduta e che , pian piano accresce il piacere di vivere ciò che ancora è possibile.

Con l’equipe abbiamo lavorato insieme agli utenti sull’esperienza narrativa come costruzione della realtà che permettesse loro una maggior consapevolezza e volontà di “rimettersi in gioco”, superando quel senso di separazione ed emarginazione che la perduta immagine di sé e il mondo affettivo e sociale circostante costantemente rimanda. La narrazione verbalizzata e trascritta ha consentito a tutti, nonostante le difficoltà linguistiche, di fare una sorta di “viaggio” dentro di sé tra passato (vita prima del trauma), presente (l’evento traumatico e la fatica di riprendersi e di esserci) e futuro (aspettative, desideri e sogni) con tutta la sua luce.

Durante i colloqui individuali (con utente, famiglia ed operatori) per la condivisione del Progetto individualizzato, è emersa, da parte dei familiari, la necessità di uno spazio di gruppo che supportasse la famiglia a far fronte ad eventuali problemi o per condividere risorse da proporre durante l’anno. Il viaggio autobiografico degli utenti è stato raccontato ad una serata con i familiari con l’obiettivo di coinvolgerli e metterli a conoscenza delle questioni inerenti il loro percorso, valutando i punti di vista e le esigenze comuni. La volontà di partecipare ad un ciclo di incontri specifici per i familiari è stata dagli stessi condivisa, dando l’avvio ad un contratto iniziale.

Iniziare a parlare delle proprie esperienze ricostruendo storie individuali, divenute in gruppo collettive, è stato un lavoro che, curando la-le memorie, ha permesso di accompagnare il gruppo verso il cambiamento, una sorta di nuova possibilità di modificare la propria storia guardando in avanti (educare al sentimento, dare sostanza ai sogni e alla realtà).

Grazie  a questo percorso, da poco iniziato, l’intera equipe sta lavorando con motivazione ed efficacia nella creazione di percorsi di Mindfulness, di empowerment, di riabilitazione più aderenti ai bisogni delle persone con disabilità e di chi se ne occupa.

 

“EMPATIA: la capacità evoluta di mettersi nei panni degli altri che porta a pensieri ed atti di altruismo; quante volte abbiamo ripetuto questa definizione da manuale ad esami, convegni e discorsi. Ma la realtà qual è???? Quanto siamo empatici e non egoisti, gretti, chiusi???? Quanto facciamo delle relazioni( intese come puro incontro-scontro senza tornaconto) la nostra priorità.

Giorni intensi in cui mi sono vergognata di me, del mio egoismo, delle preoccupazioni legate al mio self- concept in un  ottica  di consumismo emozionale inteso come ricerca di  emozioni e accadimenti positivi, gratificanti.

Oggi i miei amati ragazzi e ragazze  DEL CENTRO SI SONO MESSI IN GIOCO RACCONTANDO il loro doloroso e infinito percorso (IL PRIMA, durante, post incidente) del lutto di un corpo funzionale, di una personalità, di una indipendenza, della loro rabbia della tenacia e la voglia di vivere sopra ogni cosa.

I loro sogni, desideri, ambizioni sono la mia normalità, ciò di cui mi lamento perché voglio sempre di più. Un commovente percorso da cui si evince o si esplicita la potenza della  linfa vitale che scorre dentro di noi. C’è chi ha le ali e non vola! Loro non le hanno ma le immaginano, le creano e volano sempre attaccati a tutti i loro sogni.

Io è da tempo che ho smesso di sognare per molto meno,  un amore finito, una casa, un gatto perduti e piccoli imprevisti di entità infinitamente minore; ho buttato via tutto un potenziale per non rischiare più e io posso...

Oggi riascoltando le storie pregne di lacrime, fatica, impegno, gratitudine non posso fare a meno di provar vergogna, per come spesso sbuffo, mi lamento, mi arrabbio e per come non uso il mio integro corpo inteso come sintesi tra corpo, cervello, anima.

Io  cerco di lavorare con impegno e passione, la fatica in vista di un obbiettivo mi gratifica non mi spaventa, io amo le persone soprattutto quelle a cui il destino ha riservato un brutto trattamento, apparentemente senza senso,( l ‘ancestrale dubbio di un disegno divino???) il filosofo G. Rol dice:” ogni giorno mi convinco che lo sperpero dell’esistenza risiede nell’amore non donato L’amore che doniamo è la sola ricchezza che conserveremo per l’eternità” questo è il mio riferimento valoriale; ma quanto sono pronta a donare senza ricevere??

Quando il mio cogitare frenetico, la mia sete e fame di cose nuove e belle, invece di aiutarmi mi annebbia, devo fare solo una cosa: stare in silenzio e ascoltarmi per rimettere il cuore sulla strada giusta.

Ho deciso di fare un lavoro di responsabilità , io ho il dovere di fornire tutti quegli strumenti che promuovono e conducono alla vita; non sono ne un ‘istitutrice né un ente di rieducazione morale, ogni persona con cui lavoro ha il diritto di essere libera e scegliere il proprio personale modo di essere.

Ho un vademecum a cui mi ispiro per esercitare la mia professione:

non sono un ubriaco, ma neppure un santo,

un medicine-man non deve essere un “santo”.

Deve poter cadere in basso quanto un pidocchio

Ed elevarsi come un’aquila.

Deve essere dio e diavolo insieme

Essere un buon medicine –man

Significa trovarsi nel mezzo di una tormenta

E non mettersi al riparo.

Significa sperimentare la vita in tutte le sue espressioni

Significa fare il pazzo ogni tanto

Anche questo è sacro.

Capriolo Zoppo ( stregone della tribù Lakota)

Per cercare di svolger bene il mio ruolo e non solo, per poter acquisire le competenze necessarie non bastano libri, buone intenzioni, ottima dialettica e capacità operativa ma è necessario spogliarsi dai pregiudizi, esporsi, buttarsi nella tormenta per affrontarla ed imparare.

Un grazie a tutti gli uomini e donne del Centro che con il loro esempio mi spronano a crescere, essere migliore ed accettano il mio amore donandomene di più”.

 

“Se ci penso un po'... 

razionalmente, "il ritorno" è il luogo in cui lavoro, in cui svolgo la professione che ho scelto, in cui cerco di impiegare il massimo della professionalità di cui sono dotato, al fine di...

al fine di? Eccoci qua, ecco il nodo della questione, ecco cos'è "il ritorno":

"Il ritorno" è un movimento costante, difficile, tortuoso, ma non a ritroso come la parola potrebbe far intendere; non si ritorna mai ad essere ciò che si era prima. mai. nessuno può tornare indietro.

"il ritorno" è un movimento in avanti, verso un progresso, verso un nuovo modo di essere: "il ritorno" come "ritorno ad essere persona".  

che ha diritto al benessere, a piacersi, a piacere, a sentirsi soddisfatta ed emancipata, a trovare nuove strade e nuovi significati.

che ha diritto alla vita in tutti i suoi aspetti e che deve avere la possibilità di rivendicarlo al mondo. 

nonostante tutto e tutti

grazie a tutto e a tutti.

in tutto questo ci sono in mezzo anch'io, a metterci del mio e ad imparare. Tanto”.

“Spesso si confonde l’attività educativa con una sorta di missione, un misto tra un’opera pia ed un solerte volontariato. Si tratta invece di una complessa professione che richiede conoscenze e pratiche specifiche, senza le quali gli interventi si banalizzano e restano in superficie. Richiede strumenti in grado di coadiuvare l’intelligenza e la ricerca. Al CDD Il Ritorno, prima in nuce in forma di ideale, e poi sempre più fattivamente, ho potuto realizzare il mio lavoro, in uno sforzo e in una tensione continua, osservando le concatenazioni causa-effetto, gli sviluppi virtuosi, gli approfondimenti. Tutto ciò non certo con la freddezza di uno scienziato che studia corpi inanimati: ho la fortuna di relazionarmi con esseri meravigliosi e sorprendenti, “i ragazzi” di questo Centro, che con le loro storie di vita mi insegnano una verità tanto elementare e importante quanto scontata. La verità che la vita è fragile, che nessuno può permettersi di essere presuntuoso con la vita stessa. Una sfortuna, una banalità, una malattia nascosta e tutto cambia, da un istante all’altro, un percorso viene stroncato, spezzato, cambiato fino alla radice. Quanta inconsapevolezza vi sia anche nei casi più gravi nessuno può stabilirlo con certezza. In ogni caso entri nella cerchia dei “diversi”, sei guardato in modo diverso, sei spesso, diciamolo senza ipocrisia, disprezzato. Proprio tu che eri un uomo in carriera, rampante, proprio tu che eri un adolescente bello e pieno di sogni.

Nei confronti di queste persone mi pongo da pari a pari, loro forgiano il mio spirito e le mie capacità, mi insegnano attraverso le loro esistenze, ed io non salvo nessuno, né tendo una mano compassionevole. Sfrutto la mia professionalità, acquisita tramite lo studio, l’esperienza ed una scelta meditata, per riportare alla luce, il più possibile, quanto già c’è in loro. E rispetto tanto la voglia di continuare quanto la resa. In entrambi i casi l’educatore è come una porta che lascia intravedere le possibilità, dentro questa vita fragile e imprevedibile, e tutti i nostri ragazzi hanno avuto il coraggio di aprirla di nuovo, di guardare in faccia il dolore.

Io non avrei potuto tanto… di certo, sono persone migliori di me”

 

“ Se penso al Centro,la prima risposta che potrei dare, forse la più ovvia e scontata, è che è il luogo in cui svolgo la mia professione di educatore, in cui cerco di sperimentare competenze e capacità acquisite nel tempo attraverso anche l’esperienza ed il confronto con gli altri. 

Ma se mi soffermo un po’ di più sulle domande iniziali, se voglio rispondere in maniera più approfondita, se cerco di scavare più a fondo affiorano altre considerazioni, che vanno al di là del semplice “è il mio lavoro”.

Per lavorare in questa realtà non bastano solo la teoria o gli strumenti che si utilizzano, è necessario da un lato mettere in gioco la propria personalità, le emozioni e i sentimenti che si provano e dall’altro essere pronti ad accogliere personalità, emozioni e sentimenti degli altri. Questo perché l’educazione (e la crescita) dura tutta la vita e non è mai unidirezionale.

Tutto ciò al Centro avviene di continuo e tutti i giorni, che sia all’interno di un’attività, di uno spazio di confronto costruito e dedicato tra l’educatore e l’utente o di un semplice momento di tranquillità e benessere destrutturato nell’arco della giornata. Aprirsi, accogliere, confrontarsi e costruire relazioni significative con l’altro e per l’altro non è semplice e costa fatica ed impegno, ma è di sicuro gratificante e piacevole nel momento in cui ci si riesce; non bastano passione e buona volontà, ma servono anche capacità di mettersi in discussione e voglia di lavorare su se stessi.

Spesso mi soffermo a riflettere sul significato che tutte queste cose assumono per chi, come i “ragazzi” che frequentano il Centro, si trova a doversi ricostruire una nuova identità e a pensare ad un percorso di vita non previsto e diverso da quello immaginato e sognato a causa di un evento traumatico avvenuto in passato. Immagino, la fatica, le lacrime, il sudore e gli sforzi che tutto questo comporta, e in alcuni casi mi sono soffermato a guardare con ammirazione il coraggio, la tenacia e la forza di cui sono capaci. Ecco allora che mi sento orgoglioso ed onorato di poter portare un mio contributo (piccolo o grande che sia) in questo pezzo di vita (giorni, mesi, anni) passato insieme ai miei “ragazzi”, che ogni giorno accettano di darmi questa possibilità.

E, a ben pensarci, un gran bel ringraziamento lo devo anche ai miei colleghi incontrati in questi sette anni di permanenza al Centro come educatore, che mi hanno portato a crescere sì professionalmente, ma soprattutto come persona…

Costruire insieme relazioni significative, scambiarsi opinioni, strapparsi un sorriso, confrontarsi e a volte scontrarsi per raggiungere un punto d’intesa, darsi la possibilità di passare insieme una parte del percorso della vita e della crescita…ecco, forse sono riuscito, almeno in parte, a rispondere a quelle domande iniziali!