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Sig.ra M D

Sono nata nel 1975 a Milano e vivo a Monza.

Mi sono diplomata in ragioneria e ho lavorato presso l’allora TIM di Milano. Mi piaceva molto il mio lavoro che sono stata promossa all’Ufficio Centrale dal centralino. Per conto dell’azienda ho fatto lunghi viaggi a New York e a Washington finalizzati alla promozione di prodotti.

Avevo molti amici con i quali uscivo in discoteca, nei pub, nei locali, al cinema. Avevo anche un fidanzato da circa tre anni con il quale mi trovavo bene al punto che stavamo pensando di sposarci. Abbiamo fatto tanti viaggi insieme, sia d’amore che di fantasia: in Egitto ci siamo molto divertiti ammirando le Piramidi e le bellezze del luogo. Devo proprio ammettere che quello è stato uno dei momenti più belli della mia vita: la scuola, gli amici, la musica, il lavoro, il mio fidanzato e la famiglia.

Non mi mancava nulla!

Una sera, dopo una litigata con lui, non me la sentivo di stare a casa, così ho chiamato un mio amico chiedendogli di uscire.

Con il motorino decidiamo di andare a bere qualcosa in un bar: era luglio del 2000, faceva caldo, quindi ero senza casco!

Non abbiamo fatto in tempo a raggiungere il locale poiché un’auto, guidata da un uomo in stato di ebbrezza, ci ha schiantati contro un muretto. Il mio amico, fortunatamente non si era fatto nulla, io ero in coma e portata d’urgenza all’ospedale.

Al mio risveglio ero confusa: il mio corpo non rispondeva a miei comandi, non riuscivo a parlare e, purtroppo, non vedevo più. Mi dicevano i dottori che avevo leso il Midollo Spinale, parte dell’encefalo e che, per una complicanza ischemica, avevo perso definitivamente la vista.

“Certo che alla sfiga non c’è limite!”- ho pensato subito: ero arrabbiata con la sorte, con i medici, con il mondo, con me stessa. Volevo scappare, ma come? Urlavo ma nessuno mi capiva! Piangevo senza tregua. In quel momento pensavo di essere finita.

Con il tempo, la riabilitazione ma soprattutto l’amore dei miei genitori, mi hanno aiutata a superare quel brutto momento, migliorando anche il mio umore.

Nel frattempo lui ed i miei amici erano spariti: paura? fatica? compassione? ero rimasta sola con la mia situazione.

Ho cominciato a frequentare il centro diurno Il Ritorno, ma non mi andava tanto perché stavo con altra gente disabile come me. Poi mi sono trovata bene e posso dire di avere anche degli amici.

Non è stato facile per una ragazza intraprendente, dinamica come me chiudermi a casa tra letto e carrozzina senza poter fare nulla e dipendere da tutti! Ma il mio carattere, tenace e forte, mi ha aiutato a reagire con tantissima fatica: in fondo in quell’incidente avrei potuto morire e se questo non è accaduto un senso ci dovrà pur essere!!

Mi sono proprio rifatta al suggerimento del mio mitico Vasco Rossi quando canta “Voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha …”, ma ho superato anche lui perché per me la mia storia un senso ce l’ha sì!

Oggi, dopo la fatica si accettarmi sulla carrozzina, dovendo dipendere da tutto e da tutti, senza poter guardare le bellezze del mondo attorno a me, senza potermi guardare allo specchio (non so nemmeno che faccia ho adesso), ho ritrovato la parte più intima e meravigliosa della mia essenza che si sta conoscendo di più e che sta imparando a SENTIRE la vita con i suoni del mondo, l’ODORE della gente, il CALORE del contatto e la SINFONIA del mio cuore che si rallegra attraverso l’incontro con le persone.

Sono in grado non solo di ricevere tutto ciò ma anche di offrirlo generosamente a chiunque si avvicini a me. Il progetto mi sta aiutando a pensare al futuro e so che posso persino aiutare gli altri.

Immagino che le persone, pensando a me e alla mia situazione, siano commosse e dispiaciute ma vorrei sapessero che dentro questo corpo, immobile, fragile e ribelle ai miei comandi, pulsa una persona VIVA, FELICE e DESIDEROSA di conoscenza, di amore e di solidarietà verso tutti gli altri, purché siano disposti a prendermi così, come sono!

Sig. E M

Mi chiamo E, ho 48 anni, e abito a Biassono.
Nel 1994, all'età di 27 anni, ho avuto un incidente in moto (sidecar) in cui a causa dell'alta velocità, in una curva, sono uscito di strada.
Da quel momento è cambiata la mia vita. Sono entrato in coma ed al mio risveglio, mi sono trovato in una situazione "di merda", solo con la mia famiglia. Gli amici motociclisti del mio gruppo ( “Trump piston " tradotto i “pistoni vagabondi"), con i quali ho girato gran parte del mondo, condividendo straordinarie esperienze, sono scomparsi e il fatto di non poter più usare le mie moto è una forte batosta. Ancora oggi nel mio box ci sono le mie tre moto:  una Guzzi Chopper 650, un'altra Guzzi 850 sidecar ed una Yamaha FZR 1000, che ogni tanto accendo (per poco, perché la benzina è cara!) per sentirne il rombo.

Di fronte a questa desolazione del corpo e dell'assenza di rapporti con gli amici, per fortuna, mia madre in particolare, ma anche mio fratello e le mie sorelle non mi hanno mai abbandonato.
L'assistente sociale e mia sorella Chiara mi hanno poi indirizzato verso questo Centro.
In particolare mia madre sta dedicando la sua vita a me, nuovamente, senza di lei non sarei nemmeno qui oggi.

Grazie mamma!
Oggi, grazie al gruppo dei facilitatori sociali sto rientrando nella vita: prima trascorrevo le giornate sul divano a guardare la TV, ora ho  frequentato il corso di informatica e di meccanica e quest'ultimo è stato un modo per riavvicinarmi alla mia grande passione delle moto.
Sto prestando servizio presso il circolo ricreativo del Centro e, ogni tanto, presso il Tambourine.
Ora la mia famiglia, il Centro e il gruppo dei facilitatori (dove ho molti amici), mi stanno aiutando a riprendere in mano la mia vita e,  grazie a questo percorso, ho recuperato con Facebook molte vecchie amicizie, con le quali trascorro anche serate insieme.
Il mio divenire lo immagino mettendomi a disposizione degli altri, come stanno facendo i miei compagni di viaggio, all’interno del gruppo, perché questo mi restituisce la voglia di ricominciare tutto da capo.

Sig. F C

Mi chiamo F., ho 26 anni e vivo da poco a Lissone, prima ho abitato a Baranzate, cittadina a cui sono molto affezionato. Qui ho frequentato le scuole, anche se a me i libri mi mandano in paranoia. Sono preparato per le scuole professionali.

All’età di 16 anni ho avuto un brutto incidente stradale mentre mi trovavo al McDonald’s,  poi ho incontrato sulla strada un mio amico che mi ha dato un passaggio in auto, con la promessa di arrivare prima al Bowling.

L’alta velocità e la sua superficialità, hanno fatto sì che si scontrasse con un’altra auto, facendomi sbalzare fuori dalla vettura, finendo in coma all’Ospedale. In quel periodo ero un adolescente e come tale incapace di ascoltare me stesso e gli altri, avevo uno stile di vita “esagerato” (tipo “vida loca”), volevo tutto e subito. Pensavo a divertirmi, i miei rapporti con le ragazze erano superficiali e in generale ero preso dalla mia voglia di “correre”.

Il risveglio in Ospedale in quella situazione che non capivo, ma di cui mi rendevo conto della gravità, non è stato facile e in più, gli amici, presenti sia per salvarsi la coscienza e sia per fare bella figura in paese, sono poi spariti definitivamente.

Nel tempo, il mio impegno massimo per riabilitarmi ha migliorato il mio fisico e anche me stesso, ma ho visto trascorrere i miei anni più belli SENZA POTERMELI VIVERE!!!

Per fortuna il grande amore, che è per me la famiglia, non è stato catapultato fuori dalla mia vita come il mio corpo nell’incidente, anzi mia madre non mi ha abbandonato un solo attimo sia in ospedale che a casa, permettendo a mio padre di provvedere col lavoro al sostegno della famiglia, ma non per questo non mi è stato vicino, anzi il più possibile.

Da quando frequento il Centro Diurno Il Ritorno e partecipo al progetto dei Facilitatori sociali, ho cominciato ad impegnare la mia vita, migliorando la mia personalità perché VOGLIO SOTTOLINEARE che mi sono trovato da adolescente a “uomo maturo” in pochi attimi, attraversando moltissime difficoltà: motorie, linguistiche e quelle più dolorose, le sociali.

Del mio incidente ho capito che la vita è andare sicuri per la propria strada. Forse, quella fatidica notte ho voluto provare ad andare più veloce del mio stesso destino, ma io non incolpo niente e nessuno di quello che è accaduto.

Ora mi sto sperimentando come facilitatore al Tambourine di Seregno, al circolo ricreativo del centro e alla Bottega di Lissone. Questo impegno costante e svolto con capacità, rinforza la stima che ho di me che cresce quando gli altri me la riconoscono: sono persino sicuro che i miei genitori siano orgogliosi e soddisfatti di me, quel FIGLIO che magari sognavano in un altro modo, ma che ora certamente amano di più.

Il mio divenire, detto ciò, è già DIVENUTO, nella mia crescita adulta e responsabile. I miei familiari, compresa mia sorella e i miei quattro nipoti e gli amici de Il Ritorno, mi hanno accompagnato in questo percorso ma, appena sarà possibile, vorrei continuare a camminare da solo, PERCHE’ QUESTO E’… IL MIO DIVENIRE!!

Sig.ra G.V.

Sono nata nel 1957 a Barlassina. Lì avevo tanti amici (una cinquantina). Ci trovavamo a cantare, a suonare la chitarra, al bar, e andavamo a turno al bancone, oppure anche al ricovero degli anziani. Lavoravo come impiegata in un macello privato a Barlassina, dal quale, però, mi sono licenziata, poiché volevo seguire mio figlio Marco nella sua crescita ( i bambini mi sono sempre piaciuti).

Vivevo tranquillamente con mio marito che, pur lavorando, mi aiutava nelle faccende domestiche. Marco mi impegnava tutta settimana, ma il sabato sera venivano gli amici a giocare a carte, con lui che dormiva nonostante il casino!

All’improvviso è arrivato l'aneurisma e sono andata in coma. Dal risveglio in poi ho avuto momenti di triste scoraggiamento, e Giuseppe lo sa, avendoli condivisi assieme a me, giorno dopo giorno.

Quando mi sono svegliata la mia memoria era intatta e mi ricordavo di tutte le persone che conoscevo prima e i loro nomi. Il mio corpo e la mia voce però non rispondevano ai miei comandi. Mi mancava tanto la mia casetta, che ho rivisto solo dopo sei mesi di ospedale. Sono entrata in uno stato d’angoscia perché in particolare pensavo a come sarebbe cresciuto mio figlio senza di me, così piccolo e indifeso (aveva un anno e mezzo… in ospedale l’ho rivisto soltanto dopo una lunga settimana). Poi avevo paura di perdere mio marito, eravamo sposati da appena tre anni e temevo che non avrebbe avuto la forza di reagire e di gestire una situazione così urgente e difficile.

In solitudine ho pianto tanto: pensavo che a me stessa, al mio corpo, a tutta la mia famiglia fosse stato tolto troppo, ingiustamente. Eravamo nel nostro periodo d’oro, nel fiore degli anni. In precedenza ero stata sempre una donna devota, seguivo regolarmente la Messa di domenica, mentre in quel brutto periodo ero diventata indifferente a Dio che non era più fonte di consolazione.

Mi chiedevo anche che cosa avrei potuto ancora fare e realizzare nella mia vita se il mio corpo era immobile.

Mi sono rimasti vicini solo gli amici veri (divenuti già pochi prima del trauma), e tutti i miei parenti. Ho stabilito un rapporto piacevole con mia cognata, più che in passato, e di questo sono molto felice.

Sorprendentemente, la scoperta di poter seguire la mia famiglia, avere degli interessi, amare la vita, nonostante la mia immobilità.

È meraviglioso che mio marito mi ami al di là di tutto il dolore e le privazioni, e che mi abbia aiutata adattando e creando per me numerosi ausili per rendermi un poco più autonoma. Oggi, se vedo la mia famiglia, la trovo speciale… (tutti me lo dicono…). È un miracolo.

Ma è solo pian piano che sto facendo pace con Dio…

Grazie a tutte le persone che mi sostengono, che hanno cura di me, perché so che è faticoso. Io cerco il più possibile di contraccambiare con i miei pensieri, con le mie attenzioni ed il mio amore, anche se spesso soffro, perché credo di non dare abbastanza.